"Dottoressa, io non vado nel panico. Io mi spengo." È una frase che molte persone pronunciano con un senso di colpa. Si aspettano che la paura assomigli a un cuore che corre, a un respiro affannoso, a un attacco di panico. E quando, invece, si sentono immobili, svuotati, incapaci di reagire, pensano che ci sia qualcosa che non va. In realtà, il nostro sistema nervoso dispone di diverse strategie di protezione. La prima è quella che tutti conosciamo: attaccare o fuggire. Ma quando il cervello percepisce che nessuna delle due possibilità sia praticabile, può attivare una risposta diversa: rallentare, immobilizzare, ridurre l′attivazione. È una strategia antica, presente anche nel mondo animale, che ha una funzione precisa: aumentare le probabilità di sopravvivenza quando ogni altra possibilità sembra impossibile. Per questo alcune persone, durante una discussione, non riescono più a parlare. Altre raccontano di sentirsi improvvisamente lontane dalle proprie emozioni. Altre ancora descrivono una sensazione di vuoto, come se il corpo diventasse pesante e ogni movimento richiedesse uno sforzo enorme. Queste reazioni possono essere difficili da comprendere perché vengono spesso interpretate come mancanza di carattere, scarso interesse o eccessiva passività. In realtà, molto spesso rappresentano il tentativo del sistema nervoso di proteggere la persona da un′esperienza percepita come troppo intensa. Il problema nasce quando questa modalità di protezione continua ad attivarsi anche nel presente, in situazioni che non rappresentano più un reale pericolo. L′approccio EMDR aiuta il cervello a riconoscere che ciò che appartiene al passato non sta accadendo nel qui e ora. Quando questo processo di integrazione avviene, il sistema nervoso può gradualmente abbandonare strategie di sopravvivenza che, pur essendo state fondamentali in passato, oggi non sono più necessarie. Non sempre chi soffre mostra agitazione. A volte il dolore assume il volto del silenzio. E anche quel silenzio merita di essere ascoltato. Una riflessione: spesso siamo portati a pensare che chi è in difficoltà debba apparire agitato, ansioso o disperato. Ma non è sempre così. Ci sono persone che sorridono, continuano a lavorare, si prendono cura degli altri. Eppure, dentro di sé, sentono di essersi lentamente spente. Anche questa è una forma di sofferenza. E anche questa può essere compresa e trattata. "Comprendere il modo in cui il sistema nervoso ci ha protetti è spesso il primo passo per aiutarlo a sentirsi finalmente al sicuro."